Libia, Jebel Sherif
Libia, Jebel Sherif
Libia, Jebel Sherif
Un luogo lontano da ogni direttrice importante, dove soltanto migliaia di tracce sul terreno si intrecciano come impazzite. Quelle più recenti sono quasi certamente lasciate dai contrabbandieri e dagli avventurieri che attraversano a volte questa regione estrema del Sahara. Il confine con il Ciad non è neanche troppo lontano, rendendo il luogo ancora più isolato e dimenticato.
Per pochi appassionati di storia militare questo punto ha un significato particolare: è il teatro di uno scontro realmente accaduto il 31 gennaio 1941, tra le truppe italiane della Compagnia Sahariana di Cufra e una pattuglia del Long Range Desert Group (LRDG), con uomini in gran parte neozelandesi. Questo episodio, parte della campagna del Nord Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, è ricordato come l’incidente al Jebel Sherif.
Nel gennaio 1941 il fronte italiano nel Nord Africa era in fase di profonda crisi: l’offensiva britannica dell’Operazione Compass aveva costretto l’esercito italiano alla ritirata verso ovest, in direzione di Tripoli, dopo il collasso delle difese nel settore della Cirenaica.
Intanto, forze alleate – in particolare il Long Range Desert Group, un’unità esplorativa e di ricognizione di élite costituita principalmente da britannici, neozelandesi e africani – operavano nel deserto spingendosi molto lontano dietro le linee nemiche, con veicoli leggeri e camion corazzati, per raccogliere informazioni, colpire obiettivi strategici e disturbare le comunicazioni italiane.
Il 31 gennaio 1941, durante una missione nella regione del Fezzan e di Kufra, una pattuglia del LRDG, nota come T Patrol e comandata dal Maggiore Pat Clayton (con molti uomini neozelandesi), fu intercettata da una colonna della Compagnia Autosahariana di Cufra. In quel vallone che oggi chiamiamo Gebel Sherif, l’incontro si trasformò in un violento scambio di fuoco: le forze italiane, sostenute anche da tre aeroplani, riuscirono ad avere la meglio grazie a una maggiore potenza di fuoco e a una posizione più favorevole sul terreno.
Nello scontro, il LRDG perse diversi veicoli, e il Maggiore Clayton fu catturato insieme ad altri uomini. Alcuni furono uccisi nei combattimenti, mentre tre camion furono lasciati sul terreno distrutti o abbandonati. Si stima che gli italiani persero anch’essi alcuni uomini, ma riuscirono a costringere l’avversario alla ritirata.
Una delle storie più straordinarie legate a quell’incidente è nota come “Moore’s March”. Uno dei soldati sopravvissuti, Trooper Ronald Joseph Moore, insieme a tre compagni, si ritrovò con pochissima acqua, ferito e senza rifornimenti, dopo che i loro veicoli erano stati distrutti. In una straordinaria prova di resistenza, decisero di abbandonare il luogo dello scontro e di attraversare centinaia di chilometri nel deserto, a piedi, verso un avamposto alleato. Moore camminò per più di 338 km in condizioni estreme con pochissima acqua, guidando i suoi compagni verso la salvezza.
La storia è stata ricostruita in modo dettagliato nel libro Incident at Djebel Sherif di Roberto Chiarvetto, Brendan O’Carroll e Kuno Gross, dove per la prima volta vengono raccolti tutti i report e i racconti disponibili, inclusi colloqui con veterani e documenti originali. Il testo non solo analizza minuto per minuto gli eventi che portarono allo scontro, ma descrive anche il drammatico viaggio di avvicinamento al punto remoto del deserto e quello successivo di ritorno, in condizioni quasi impossibili.
Se si confrontano le foto di repertorio degli anni ’40 con quelle attuali, si nota come il paesaggio sia rimasto perfettamente intatto, sospeso nel tempo – tranne per due bandiere, una italiana e una neo‑zelandese, piantate lì in memoria dei caduti. Quel pezzo di sabbia e roccia continua a raccontare, senza parole, una delle più incredibili pagine di storia della campagna del deserto, un luogo dove il coraggio, la sofferenza e il destino di uomini lontani da casa si intrecciarono in modo indissolubile.


